Poetica.
L’intenzione, l’enorme tensione, è verso una forma piccola, estremamente misurata che possa contenere e non comprimere (anzi amplificare) un tremare del cuore nella percezione di ciò che è infinitamente vasto, incontenibile: una misura di immediatezza. 
Scelgo di chiamare “traccia” tale forma che supera la distinzione tra i diversi linguaggi artistici. 
La traccia è l’orma di bestia, è il segno del mostro, la forma che chissà se risponde del contenuto, il peso del cielo sulla terra. Se non desiderio comunque ineluttabile destino di chiunque attraversi il mondo. 

Il mio progetto artistico nasce dall’urgenza di domandare, provarsi, dire attorno a delle ossessioni. Con molte probabilità, per il nostro essere uomini, saremo proprio noi il soggetto della nostra ossessione. Parliamo di nascita, ma non è vero. 
Parliamo di morte, ma non è vero. 
O forse è vero tutto. 
È vero perché parliamo di tempo. 
Di quel momento, enigma, crocicchio di linee e battiti. Sospensione. Apnea. Lì sta il nostro vuoto, nell’attimo in cui il respiro è uscito e non si è ancora succhiata aria nuova. In quella pausa sta il segreto, la cosa più viva: l’essere sospesi, doloranti, euforici, vicini alla morte. 

È il punto che da quasi dolore, sicura vertigine, in cui ci si perde, in cui il tempo non esiste. Che è poi anche il teatro, o l’arte più precisamente. 
Di certo parliamo di vita. 
L’ascesa e la caduta, la strada che percorrono allo stesso modo angeli e uomini. 
Di fatto il mio è un lavoro che poggia su niente. Sul niente che ci riguarda.
copyright caterina moroni © 2017
Il progetto artistico nasce con la volontà di favorire l’incontro e lo scambio tra personalità eterogenee, l’approfondimento delle specificità ed allo stesso tempo la perdita dei confini delle stesse. Il confronto presuppone l’ascolto, il raccoglimento. In qualche modo la preghiera, quando essa viene intesa come focalizzazione dell’obbiettivo, corteggiamento di un’idea. 
Tale concetto di scambio umano è fondante del progetto. 

Ogni traccia intende aprire uno squarcio. 
Ogni traccia intende farsi specchio.
Parla per mostrare il selvatico, chiaro, comunque benefico e ridicolo cuore degli uomini. 
Si vuole parlare dell’uomo come specie, di un uomo che comprenda tutti i vivi e tutti i morti. 
Dell’uomo che aveva timore di nominare le cose, che confondeva il proprio destino col destino dell’universo, aveva ancora viva una interrogazione informulabile e se la portava nel suo cammino di ricerca, di nomade. 
Si vuole parlare anche dell’uomo che sarà, del nuovo uomo. Che muore di paura e non ne può più avere, che deve assumersi sul suo corpicino dilaniato l’intera responsabilità del mondo. 
E ridere. E piangere. 
E tra questo e quello possedere, respirare, incarnare le infinite sfumature. Il soffio di vita.
Si vuole parlare dell’origine che non riguarda il passato, anzi il profondamente attuale, il presente che è appartenuto a tutti, appartiene a tutti, lo specchio dove si è nudi, immortali quasi. 

Ogni traccia intende farsi contagio. 
Ogni traccia intende incarnare la seduzione, il desiderio. 
La ricerca è nella direzione di una nuova seduzione, reale, violenta, in cui si può diventare spasimanti. Dipendenti.
Le tracce sono: 
-Quadri poetici fatti di elementi che, per necessità, sorte e curiosità provengono da ambiti più diversi. Quadri non per una ricerca di staticità e finitezza quanto per un desiderio di immediatezza pari a quella data dalle naturali vibrazioni del colore utilizzato artisticamente. 
-Tasselli di una storia a puntate che intende indagare una frammentarietà che non è separazione, ma invisibile fluire, freccia. 
Come il movimento del diaframma durante una pausa nell’atto di consegnare la voce. 
-Cura del piccolo. In cielo il movimento di un millimetro determina sconvolgimenti enormi, così è anche in terra, guardando con attenzione. 

L’orchestrazione. 
La potenza dell’immagine e la parola poetica sono due basi fondanti del processo creativo. L’immagine come qualcosa che impatta ma allo stesso tempo non svela, estremamente misurata. 

La parola sintetica, coraggiosa nella sua semplicità, si rivolge all’intuito, suggerisce e non spiega. 
Parola, colore, suono, forma, respiro, cielo e terra: chissà qual è tra tutti il punto di partenza. 
L’ aspirazione, la più difficile, è il respiro del coro. La ricerca di un’armonia tra tutti gli elementi, un rapporto costante, un corpo unico con chi vi si affaccia. 

L’incontro. 
Mi definirei ora un essere solitario, viandante alla ricerca. Belva sul sentiero. Forse lo siamo tutti. Siamo tutti desiderio. Mi pare. Alla ricerca di una smisurata e prorompente gratitudine verso l’altro che non ci appartiene più. Sfumata. Portando con se la nostra nobiltà. 
Io adesso mi batterò per riaverla. Tutta.
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